Gianfelice Impastato

GIANFELICE IMPARATO A CATANZARO: IL TEATRO EDUARDIANO, LE APPARENZE DA “NON” SALVARE… E UNA “CALABRIA” IN CUI RITORNARE

Il fortunato incontro con il noto attore, commediografo e regista italiano, avvenuto nella città dei Tre Colli, in occasione della messa in scena della commedia “Ditegli sempre di sì” di Eduardo De Filippo presso il Teatro Politeama Mario Foglietti

di Sabrina Mantelli

Tutto il fascino dell’opera eduardiana, e la grande felicità di intervistare chi oggi la fa rivivere sul palcoscenico… È stata una serata densa di emozioni profonde e contrastanti, quella vissuta al Teatro Politeama Mario Foglietti di Catanzaro il 14 dicembre scorso, per chi ha assistito alla rappresentazione di “Ditegli sempre di sì”, una tra le più celebri e apprezzate commedie di Eduardo De Filippo. Ed è stata inevitabilmente anche una serata all’insegna delle risate, che per gli spettatori si sono di certo alternate tra quelle più “grasse”, quelle “ironiche” e quelle più “amare”, tra l’altro splendidamente “illustrate sul palco” grazie alla esilarante parentesi sul “tema” aperta dal talentuoso attore Edoardo Sorgente (nei panni di Luigi Strada, esuberante giovane dalle velleità artistiche inquilino di Teresa). L’opera, portata in scena dalla Compagnia di Teatro di Luca De Filippo, in coproduzione con la Fondazione Teatro della Toscana, e con la regia di Roberto Andò, è stata accolta da un tripudio di applausi a scena aperta. La trama è nota: Michele Murri, erroneamente congedato dal manicomio a causa di un medico un po’ troppo compiacente, torna a casa di sua sorella Teresa, l’unica a conoscere i problemi di cui egli evidentemente soffre ancora. La sua è una follia sottile, che lo porta a prendere alla lettera tutto ciò che gli si dice, ignorando cosa significhi “parlare metaforicamente”. Di certo, non lo aiuta il contesto che lo circonda, popolato dalla schiera dei “normali”, che, quasi a dispetto di quella categoria che “ipoteticamente” rappresentano, si muovono tra liti, stravaganze, deliri e bugie, tutti affannosamente alle prese con i propri “dilemmi personali”. Tra equivoci e fraintendimenti, la confusione di Michele diventa più che mai manifesta, quando, convintosi che ad essere pazzo sia Luigi, per “guarirlo” cerca di tagliare la testa al ragazzo, che si salva solo grazie al provvidenziale arrivo di Teresa.

Una volta calato il sipario, per me, questa serata già così ricca di suggestioni, acquista inevitabilmente un sapore ancora più speciale, perché mi regala la gioia di condividere le mie sensazioni con Gianfelice Imparato, mirabile interprete del ruolo di Michele. Il noto attore, commediografo e regista italiano, il cui debutto in teatro risale al 1976 con la compagnia di Mico Galdieri, nel 1980 incontra Eduardo De Filippo che lo dirige in tre allestimenti al fianco del figlio Luca. Numerosi sono i suoi lavori con il Teatro Stabile di Firenze sotto la direzione di Carlo Cecchi, e le sue esperienze da protagonista con gli Stabili di Palermo, Roma e Napoli. Da diversi anni è direttore artistico della compagnia che produce i suoi spettacoli, e ha collezionato importanti successi anche nel mondo del cinema e della televisione: è stato interprete per Bellocchio, Moretti, Scola, Monicelli, Costa, Giagni, nel 2008 ha ricoperto il ruolo di “Don Ciro” nel film “Gomorra” di Matteo Garrone, e più di recente ha vestito i panni del vice commissario Pisanelli nella prima e nella seconda stagione (2017 e 2018) de “I bastardi di Pizzofalcone”, giusto per citare alcuni esempi. Un verace e brillante napoletano (nativo di Castellammare di Stabia) che “conosce bene e che ama tutta la Calabria”, in cui ritorna sempre volentieri, non solo per lavoro, visto che spesso e volentieri la sceglie come meta per trascorrere qualche giorno di vacanza - come ci tiene a precisare. Dopo averlo incontrato nel Foyer del Politeama al termine dello spettacolo, pur percependo di poter avere poco del suo tempo a disposizione, non ho esitato a rivolgergli un paio di domande.

Stasera lei si è egregiamente confrontato con uno dei primi testi scritti dal grande Eduardo De Filippo, ma tuttora in grado di farci riflettere su quanto sia sottile la linea di demarcazione tra la cosiddetta “normalità” , e ciò che si suole definire “pazzia”. Tanto che, se è vero che la “sede di tutti mali”, è “nella testa”, come ci suggerisce il suo personaggio… più volte durante la rappresentazione, viene spontaneo chiedersi: “ma nella testa di chi?”. Qual è, a suo avviso, il segreto di un’opera simile, che pur essendo stata composta moltissimi anni fa, dialoga perfettamente con la realtà che viviamo nel 2020… ovvero in un’epoca in cui più che mai la confusione sembra regnare sovrana in tanti ambiti della nostra frenetica esistenza?

« Il teatro di Eduardo è riconosciuto come “classico”, intendendo identificare con questo termine tutto ciò che è capace di incidere sul linguaggio e sui costumi di un contesto sociale in cui opera. La grandezza di questo immenso autore consiste proprio nel fatto che “i sentimenti” attraverso cui lui sceglie di far “vivere” i temi che affronta, sono sentimenti universali, e perciò le sue narrazioni non hanno confini né temporali né spaziali… »

Restando nell’ambito delle tematiche universali, c’è da aggiungere che questa commedia si addentra anche tra le dinamiche forse “più impensabili” che si possono sviluppare all’interno di una famiglia…

«Sì, e soprattutto ci induce a ragionare su come la famiglia, con grande facilità - naturalmente senza generalizzare - possa tramutarsi in un focolaio di insanità, di tensione, e di finzione, anche se ciò, il più delle volte accade agendo “in buona fede” ovvero per non ferire, per il timore di recare un dispiacere a chi amiamo, e soprattutto per la paura di farlo quando mostriamo chi siamo realmente. La famiglia è il luogo in cui tutti si conoscono a fondo, e proprio per questo - paradossalmente e pericolosamente - talvolta può trasformarsi anche nel luogo in cui si mente di più, forse perché si è maggiormente consapevoli di come quel famoso “battito di ali di una farfalla”, possa scatenare il putiferio!»

Qual è, dunque, il messaggio più importante che oggigiorno questa commedia può trasmetterci?

«Ci deve far pensare a quanto sia necessario nella vita trovare sempre “la serenità” di comunicare qualsiasi cosa. Questo testo narra anche di quella insidiosa “follia piccolo-borghese” che consiste nel dare una smodata importanza all’apparire. Teresa è la sorella che “non vuole far sapere” della permanenza di suo fratello in un manicomio. È palpabile il concetto della malattia intesa come vergogna, si avverte fortemente la necessità di nascondere e ostinarsi a far andare le cose come si è immaginato e come si vorrebbe, senza prendere atto della realtà delle cose…»

Mentre ascolto le parole di Imparato, non posso fare a meno di ripensare alla scena in cui Michele, durante il pranzo a villa Gallucci, stacca i bottoni - che Attilio odia tanto, perché lo fanno sentire imprigionato - da tutte le giacche dei commensali che trova appese sulle sedie - tutte fuorché la propria, perché lui che è “pazzo”, è già libero da ogni tipo di convenzione - quasi come se volesse aiutare i suoi “savi” amici a “strappare” via dalle loro vite tutte le ipocrisie che impediscono loro di “aprirsi” realmente agli altri. Ma al tempo stesso, questa scena - quasi a evidenziare ulteriormente come il linguaggio di Eduardo riesca a fare da ponte tra passato e presente - mi ha fatto pensare ad alcuni versi di un’autrice contemporanea, Francesca Serragnoli, che mi è capitato di leggere di recente, e che recitano così: “Ci vorrebbe proprio tutto il tempo di cucire un bottone/ Quel fermarsi in quel punto della camicia/ su e giù con l’ago/e il filo lungo che va in alto e scende/ Quell’andare al di là e tornare, basterà?”

All’improvviso, mi chiedo se Michele Murri, “liberando” quelle giacche dai loro fastidiosi “strumenti di costrizione”, volesse anche trovare un modo per “obbligare” - con le più benevole delle intenzioni - i vari personaggi a ritagliare un breve “momento di pausa dalla loro convulsa quotidianità… giusto il tempo per poter “ricucire” quei dischetti da inserire nelle asole… giusto il tempo per “andare al di là” delle cose, per fermarsi - e per far fermare anche gli spettatori - a pensare che forse oltre ai bottoni, hanno perso, o rischiano di perdere qualcosa che è molto più importante: la propria autenticità. Immersa in questi insoliti pensieri, mi congedo da Gianfelice che a sua volta mi saluta con grande gentilezza. E sottolinea che noi calabresi, a volte un po’ troppo distratti “su certi argomenti”, proprio come i napoletani, dovremmo sempre ricordare che la nostra terra meriterebbe molto di più. Non posso che… “dirgli di sì”, e prendermi “il tempo di cucire un bottone”, per riflettere anche su questo. Sono un paragrafo. Clicca qui per aggiungere o modificare un testo. Qui puoi raccontare ai tuoi visitatori chi sei e qual'è la tua storia.Sono un paragrafo. Clicca qui per aggiungere o modificare un testo. Qui puoi raccontare ai tuoi visitatori chi sei e qual'è la tua storia.